La Luna, il nostro vicino celeste più prossimo, continua a rivelare segreti nascosti sotto la sua superficie apparentemente arida. Recenti analisi hanno confermato la presenza di tracce di acqua nelle regioni più fredde e in ombra permanente, una scoperta che conferma ipotesi formulate già da diversi anni e che apre nuove prospettive per l’esplorazione futura. I dati provengono da strumenti orbitali e da esperimenti combinati, che hanno permesso di ottenere misurazioni più precise e affidabili rispetto a quelle disponibili fino a poco tempo fa.
L’acqua sulla Luna: un mistero lungo decenni
Per molti anni la Luna è stata considerata un corpo completamente secco. Le missioni Apollo degli anni ’60 e ’70 hanno raccolto campioni di regolite che contenevano solo tracce minime di idrogeno e ossigeno. Tuttavia, con l’avanzare della tecnologia satellitare e la nascita di strumenti sensibili all’infrarosso e ai neutroni, gli scienziati hanno iniziato a sospettare che l’acqua potesse essere presente in zone particolarmente fredde e ombreggiate.
Queste aree, spesso crateri ai poli lunari, non ricevono mai luce solare diretta, creando condizioni termiche estremamente stabili. Le temperature possono scendere sotto i -230 °C, consentendo al ghiaccio di rimanere intrappolato per milioni di anni senza sublimare. La conferma recente di acqua in queste zone rappresenta quindi una prova significativa che la Luna non è del tutto arida e che alcune regioni conservano risorse naturali potenzialmente utili per missioni future.
Strumenti e metodi di rilevazione
La conferma dell’acqua è stata possibile grazie all’uso di strumenti di rilevazione avanzati installati su orbiter lunari. Tra questi, i radiometri e i neutroni hanno giocato un ruolo chiave. I radiometri rilevano le radiazioni emesse dalla superficie, permettendo di distinguere tra materiale secco e materiale contenente molecole d’acqua. I sensori a neutroni, invece, identificano la presenza di idrogeno, spesso indice di molecole d’acqua o idrossili legati alla regolite.
Altri strumenti hanno utilizzato la spettroscopia all’infrarosso per individuare il caratteristico assorbimento della molecola d’acqua. Combinando i dati provenienti da più sensori e missioni, gli scienziati hanno potuto creare mappe dettagliate delle regioni fredde, evidenziando aree con concentrazioni significative di ghiaccio.
