Una gita in yacht si trasforma in un ritorno al passato

di Paolo Clerico

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Il porto di Trieste era pieno di sole. L’aria profumava di sale e il mare Adriatico, davanti a loro, brillava tranquillo.

Marco scese dall’auto e prese la mano di Giulia.

Marco: “Eccoci. Pronta?”
Giulia: “Prontissima. È bellissima…”

Davanti a loro c’era una yacht bianca, elegante, con i cuscini chiari e i dettagli in legno che sembravano appena lucidati.

Un marinaio li salutò con un sorriso.

Marinaio: “Buongiorno! Benvenuti a bordo.”
Marco: “Grazie.”
Giulia: “Buongiorno.”

Giulia salì per prima sulla passerella. Appena mise piede sul ponte, però, rallentò. Non era paura, era una sensazione improvvisa, sottile, come un ricordo che torna senza chiedere permesso.

Marco: “Tutto bene?”
Giulia (guardandosi intorno): “Sì… solo che… questa barca mi sembra… stranamente familiare.”

Marco la osservò, curioso.

Marco: “Davvero? Come mai?”
Giulia (ridendo piano): “È una cosa sciocca. Anni fa sono salita su una yacht molto simile. Ricordo che mi cadde il telefono in una fessura tra i sedili. Cercammo un sacco, ma niente.”

Marco sorrise.

Marco: “E te lo ricordi ancora?”
Giulia: “Sì, perché mi dispiacque tantissimo. Era pieno di foto.”

Giulia si avvicinò alla zona di poppa, dove c’era un divanetto grande e comodo. Guardò la fessura tra due cuscini, quella stretta ma innocua, dove potevano finire piccole cose.

Si chinò con attenzione.

Giulia: “È proprio qui… identico.”
Marco: “Vuoi provare a guardare? Se ti fa sorridere, fallo.”

Giulia annuì. Con delicatezza infilò la mano nella fessura, muovendosi piano, senza forzare nulla.

Per un attimo non sentì niente. Poi le dita toccarono qualcosa di rigido, rettangolare.

Si fermò, incredula.

Giulia: “Aspetta…”
Marco: “Che cosa?”
Giulia (con gli occhi spalancati): “C’è qualcosa qui dentro.”

Tirò piano, con calma. Dalla fessura uscì un vecchio telefono, un po’ impolverato, con una cover trasparente ingiallita.

Giulia rimase immobile, come se il tempo si fosse fermato.

Marco: “Non ci credo…”
Giulia (sussurrando): “È il mio.”

Lo prese tra le mani. Lo girò, lo osservò. C’era un piccolo graffio sul bordo, proprio dove se lo ricordava.

Giulia: “Questa riga… l’avevo fatta io. È davvero lui.”

Il marinaio, vedendoli così sorpresi, si avvicinò.

Marinaio: “È successo qualcosa?”
Marco: “Lei ha trovato un telefono nel sedile… e sembra che sia proprio il suo. Di anni fa.”
Marinaio (sorridendo, stupito): “Che storia incredibile… Questa barca ha avuto diversi noleggi, poi è tornata qui. È possibile che sia la stessa.”

Giulia si portò una mano al petto, emozionata e felice.

Giulia: “Allora non era ‘una yacht simile’. Era proprio questa.”
Marco: “Sembra che ti stesse aspettando.”

Giulia sorrise, e in quel sorriso c’era qualcosa di leggero, come un cerchio che finalmente si chiude.

Giulia: “Sai… pensavo che quel giorno fosse stata solo sfortuna.”
Marco: “E invece oggi è una sorpresa bellissima.”

Giulia guardò il mare e poi Marco.

Giulia: “Possiamo partire?”
Marco: “Certo.”

Il motore si accese con un suono morbido. La yacht si staccò lentamente dal molo e iniziò a scivolare sull’acqua.

Giulia strinse il vecchio telefono come fosse un piccolo tesoro ritrovato.

Giulia: “Mi sembra un segno gentile.”
Marco: “Un segno che certe cose, anche se si perdono, possono ritornare.”

Il sole si rifletteva sull’Adriatico, e la barca avanzava calma, come una vecchia amica che riconosce finalmente chi era tornato a bordo.

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