Quando si parla di esplorazione planetaria, poche missioni riescono a generare entusiasmo quanto il progetto Mars Sample Return (MSR). L’obiettivo è semplice da enunciare, ma estremamente complesso da realizzare: raccogliere campioni di rocce e suolo marziano, sigillarli in contenitori sterilizzati e riportarli sulla Terra per analisi avanzate in laboratori di ultima generazione. Dietro questa descrizione lineare si nasconde un mosaico di sfide tecnologiche, logistiche e scientifiche che coinvolgono più agenzie spaziali, decine di istituti di ricerca e centinaia di scienziati. Oggi il programma affronta una fase delicata, ricca di revisioni progettuali, ripianificazioni e discussioni su budget, tempistiche e mezzi tecnici.
Perché riportare campioni da Marte?
Ciò che già sappiamo del Pianeta Rosso deriva da rover, orbiter e lander, i quali analizzano direttamente la superficie. Eppure, per quanto sofisticati, gli strumenti a bordo di questi veicoli non possono eguagliare l’ampiezza delle tecnologie presenti sulla Terra. Portare i campioni nei laboratori terrestri significa poter eseguire esami microscopici ad altissima risoluzione, misurazioni isotopiche, analisi chimiche stratificate, datazioni precise e controlli multipli incrociati. Impressiona soprattutto la prospettiva di scoprire tracce di attività biologica passata, eventuali biosignature o processi geochimici sconosciuti. Sarebbe un passo enorme per comprendere se Marte, miliardi di anni fa, ospitasse ambienti compatibili con organismi microscopici.
La collaborazione internazionale
Il cuore del programma nasce dalla collaborazione tra NASA e ESA. Nel corso degli anni, il contributo europeo è cresciuto progressivamente, sia nella fase concettuale sia in quella progettuale. L’idea originale prevedeva tre elementi fondamentali: un rover per il recupero dei campioni già raccolti da Perseverance, un piccolo razzo per lanciarli in orbita marziana, e una sonda per riportarli sulla Terra. Tuttavia, a causa di revisioni tecniche e finanziarie, l’architettura è stata sottoposta a cambiamenti significativi, con nuove valutazioni e proposte alternative. L’ESA mantiene un ruolo centrale grazie all’esperienza nella costruzione di moduli di rientro atmosferico, sistemi di tracciamento e propulsione, oltre a contributi tecnologici su robotica e gestione termica.
La raccolta dei campioni da parte di Perseverance
Il protagonista geografico è il cratere Jezero, una regione che un tempo ospitava un antico delta fluviale. Qui il rover Perseverance sta sigillando provette all’interno di contenitori ermetici, distribuite lungo percorsi strategici. Ogni tubo racchiude particelle di roccia sedimentaria, sabbie basaltiche, polveri minerali, tracce di carbonati o materiali potenzialmente formatisi in presenza di acqua liquida. Il rover ha già stoccato diversi campioni e continuerà per anni, creando una sorta di biblioteca geologica. Le posizioni vengono mappate con estrema precisione, così da semplificare il recupero attraverso futuri veicoli robotici.
