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Scoperte

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Giove, il gigante gassoso del nostro sistema solare, continua a rivelare segreti che sfidano la comprensione scientifica. Le sonde Juno della NASA, in orbita attorno al pianeta dal 2016, hanno recentemente fornito dati aggiornati e sorprendenti sul campo magnetico di Giove, mostrando una complessità molto maggiore di quanto si fosse ipotizzato fino a pochi anni fa. Queste informazioni non solo ampliano la nostra conoscenza di Giove, ma offrono spunti cruciali per comprendere la formazione dei pianeti giganti e la dinamica dei loro campi magnetici.

Il campo magnetico di Giove

Il campo magnetico di Giove è il più potente tra tutti i pianeti del sistema solare, circa 20.000 volte più intenso di quello terrestre. Esso genera una magnetosfera enorme, in grado di estendersi fino a milioni di chilometri nello spazio e di proteggere il pianeta dal vento solare. La sua complessità si riflette in aurore spettacolari e in fenomeni di emissione radio che possono essere rilevati anche dalla Terra.

Prima delle missioni Juno, la conoscenza del campo magnetico gioviano derivava da osservazioni indirette e dati raccolti dalle sonde Voyager e Galileo. Questi dati suggerivano una struttura relativamente regolare, con un polo nord e un polo sud definiti. Tuttavia, le nuove misurazioni hanno evidenziato irregolarità, variazioni locali e picchi di intensità inattesi, rivelando un quadro molto più articolato.

Le osservazioni di Juno

La sonda Juno orbita attorno a Giove in traiettorie polari, passando vicino al pianeta per raccogliere dati ad alta precisione. Gli strumenti magnetometri a bordo misurano la direzione e l’intensità del campo magnetico con dettagli senza precedenti, mentre altre strumentazioni rilevano particelle cariche, radiazioni e dinamiche atmosferiche.

Le ultime analisi indicano che il campo magnetico non è uniforme: alcune regioni mostrano anomalie notevoli, dove l’intensità supera di gran lunga la media globale. Queste zone sono state definite “hotspot magnetici” e sembrano collegate a correnti profonde all’interno del mantello gassoso di Giove.

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La nostra galassia, la Via Lattea, ha da sempre affascinato astronomi e appassionati di spazio per la sua complessità e vastità. Grazie al telescopio spaziale Gaia, lanciato dall’Agenzia Spaziale Europea (ESA), oggi possiamo ottenere una mappatura senza precedenti di stelle, nubi di polvere e strutture galattiche, creando un vero e proprio atlante tridimensionale del nostro universo vicino. Questa missione ha rivoluzionato il modo in cui osserviamo la galassia e ci permette di comprendere fenomeni che fino a pochi anni fa restavano oscuri.

Gaia e la sua missione

Gaia è stato lanciato nel 2013 con l’obiettivo di misurare con precisione la posizione, la distanza e il moto di oltre un miliardo di stelle. Utilizza tecnologie di astrometria avanzata per determinare coordinate stellari con una precisione mai raggiunta prima, fino a millesimi di secondo d’arco. La missione non si limita a rilevare posizioni: Gaia misura anche luminosità, colore e composizione di ciascuna stella, creando un quadro dettagliato della popolazione stellare della Via Lattea.

L’obiettivo principale è comprendere la struttura della galassia, la distribuzione della massa, i moti delle stelle e la storia evolutiva. In altre parole, Gaia non ci permette solo di vedere dove si trovano le stelle, ma anche di ricostruire il passato della galassia, come se stessimo leggendo un diario cosmico lungo miliardi di anni.

Risoluzione e dettagli senza precedenti

Prima di Gaia, le mappe della Via Lattea erano incomplete o approssimative. Le osservazioni terrestri e satellitari precedenti fornivano dati su milioni di stelle, ma la precisione era limitata dalle distorsioni atmosferiche o dalla sensibilità degli strumenti. Gaia ha superato questi limiti grazie alla sua posizione nello spazio, lontano dall’atmosfera terrestre, e alla combinazione di strumenti ottici e fotometrici altamente sofisticati.

I dati raccolti hanno permesso di distinguere stelle vicine da quelle lontane, di osservare ammassi stellari con dettaglio senza precedenti e di mappare regioni dense di polvere e gas. Questo ha consentito di ricostruire la struttura a spirale della galassia e di identificare correnti stellari, residui di galassie più piccole inglobate nel passato dalla Via Lattea.

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L’universo continua a sorprenderci con fenomeni che sfidano le nostre aspettative, e l’ultima scoperta riguarda una stella nana ultra fredda da cui sono state rilevate emissioni radio inaspettate. Le stelle nane, in particolare quelle di tipo ultrafreddo, rappresentano uno dei corpi celesti più misteriosi e ancora poco compresi. Questo nuovo studio fornisce dati cruciali sul comportamento magnetico e sulla dinamica delle atmosfere di questi oggetti, aprendo nuove prospettive nello studio delle stelle e dei loro ambienti.

Cosa sono le stelle nane ultrafredde

Le stelle nane ultrafredde sono corpi celesti con temperature superficiali estremamente basse, che si collocano al limite tra le stelle vere e proprie e le nane brune. La loro temperatura può scendere al di sotto dei 2.500 K, rendendole molto più fredde del Sole. A causa della loro bassa luminosità, queste stelle sono difficili da osservare e sono rimaste a lungo invisibili agli strumenti tradizionali.

Nonostante le loro dimensioni ridotte, queste stelle possiedono un campo magnetico sorprendentemente intenso. La presenza di questo campo magnetico genera fenomeni analoghi a quelli osservati su stelle più grandi, ma con caratteristiche peculiari legate alla loro densità, composizione e temperatura.

Le emissioni radio: un fenomeno raro

Le emissioni radio rilevate sono particolarmente interessanti perché non erano attese in stelle così fredde. Normalmente, le nane ultrafredde emettono radiazioni principalmente nell’infrarosso o nel visibile debole. Tuttavia, i dati raccolti mostrano impulsi radio periodici, simili a quelli delle pulsar, ma con meccanismi differenti.

Gli astronomi ritengono che queste emissioni siano legate a interazioni complesse tra campo magnetico e plasma presente nell’atmosfera della stella. Il fenomeno è paragonabile a un “aurora stellare”, dove particelle cariche vengono accelerate lungo le linee di forza magnetica e rilasciano energia sotto forma di onde radio.

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La Luna, il nostro vicino celeste più prossimo, continua a rivelare segreti nascosti sotto la sua superficie apparentemente arida. Recenti analisi hanno confermato la presenza di tracce di acqua nelle regioni più fredde e in ombra permanente, una scoperta che conferma ipotesi formulate già da diversi anni e che apre nuove prospettive per l’esplorazione futura. I dati provengono da strumenti orbitali e da esperimenti combinati, che hanno permesso di ottenere misurazioni più precise e affidabili rispetto a quelle disponibili fino a poco tempo fa.

L’acqua sulla Luna: un mistero lungo decenni

Per molti anni la Luna è stata considerata un corpo completamente secco. Le missioni Apollo degli anni ’60 e ’70 hanno raccolto campioni di regolite che contenevano solo tracce minime di idrogeno e ossigeno. Tuttavia, con l’avanzare della tecnologia satellitare e la nascita di strumenti sensibili all’infrarosso e ai neutroni, gli scienziati hanno iniziato a sospettare che l’acqua potesse essere presente in zone particolarmente fredde e ombreggiate.

Queste aree, spesso crateri ai poli lunari, non ricevono mai luce solare diretta, creando condizioni termiche estremamente stabili. Le temperature possono scendere sotto i -230 °C, consentendo al ghiaccio di rimanere intrappolato per milioni di anni senza sublimare. La conferma recente di acqua in queste zone rappresenta quindi una prova significativa che la Luna non è del tutto arida e che alcune regioni conservano risorse naturali potenzialmente utili per missioni future.

Strumenti e metodi di rilevazione

La conferma dell’acqua è stata possibile grazie all’uso di strumenti di rilevazione avanzati installati su orbiter lunari. Tra questi, i radiometri e i neutroni hanno giocato un ruolo chiave. I radiometri rilevano le radiazioni emesse dalla superficie, permettendo di distinguere tra materiale secco e materiale contenente molecole d’acqua. I sensori a neutroni, invece, identificano la presenza di idrogeno, spesso indice di molecole d’acqua o idrossili legati alla regolite.

Altri strumenti hanno utilizzato la spettroscopia all’infrarosso per individuare il caratteristico assorbimento della molecola d’acqua. Combinando i dati provenienti da più sensori e missioni, gli scienziati hanno potuto creare mappe dettagliate delle regioni fredde, evidenziando aree con concentrazioni significative di ghiaccio.

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L’universo continua a sorprenderci con fenomeni estremi e misteriosi, e l’ultima osservazione di un getto magnetico insolito attorno a un buco nero si aggiunge a una lunga lista di scoperte che sfidano la nostra comprensione della fisica. I getti relativistici – flussi di particelle ad altissima energia espulsi dai pressi di un buco nero – non sono una novità per gli astronomi, ma ciò che rende questa osservazione particolare è la struttura magnetica e la dinamica complessa del getto, mai vista con tale dettaglio fino ad oggi.

Cosa sono i getti dei buchi neri

I buchi neri supermassicci, presenti al centro di galassie come la nostra Via Lattea o in galassie lontane, sono circondati da dischi di accrescimento costituiti da gas, polvere e plasma. Parte del materiale viene attirata all’interno del buco nero, mentre una porzione viene espulsa sotto forma di getto. Questi getti possono estendersi per migliaia di anni luce e trasportano enormi quantità di energia, influenzando la formazione stellare e la dinamica della galassia circostante.

Il fenomeno è reso possibile da campi magnetici estremamente potenti, che incanalano il plasma lungo linee definite, come se il getto fosse guidato da una sorta di “binario invisibile”. La teoria della magnetoidrodinamica predice questi comportamenti, ma ogni osservazione pratica fornisce dettagli preziosi su come questi processi avvengano nella realtà.

L’osservazione recente

Gli strumenti più avanzati in radioastronomia e nelle lunghezze d’onda submillimetriche hanno permesso di individuare una configurazione magnetica insolita attorno a un buco nero situato a milioni di anni luce dalla Terra. Il getto mostra una torsione e una struttura a spirale che non erano mai state registrate con tale chiarezza.

I telescopi coinvolti hanno combinato più osservazioni contemporanee, sfruttando tecniche di interferometria che aumentano la risoluzione fino a poter distinguere dettagli minimi nel plasma in movimento. La combinazione di dati in differenti lunghezze d’onda ha permesso di ricostruire la geometria tridimensionale del getto, confermando che la disposizione magnetica è molto più complessa di quanto si fosse ipotizzato.

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