Autore

Paolo Clerico

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Negli ultimi anni l’Europa ha consolidato con decisione il proprio interesse verso l’esplorazione lunare, partecipando a programmi internazionali e sviluppando tecnologie originali. Tra i progetti più interessanti rientra LUVMI (Lunar Volatile Mobile Instrumentation), un robot concepito per esplorare la superficie della Luna con un obiettivo preciso: analizzare la presenza di volatili e composti utili in vista di future missioni umane. Questo veicolo, realizzato da un consorzio di istituti di ricerca e aziende europee, rappresenta un passo importante per comprendere le risorse disponibili nel nostro satellite naturale.

LUVMI nasce dall’esigenza di ottenere dati affidabili e dettagliati sulla composizione del suolo lunare. Finora numerose missioni robotiche hanno visitato la superficie, ma la maggior parte si è concentrata su aree specifiche o ha utilizzato strumenti con capacità di campionamento limitate. Ciò ha lasciato aperte molte domande sulla diffusione di materiali utili: ghiaccio d’acqua, composti a base di carbonio, tracce di elementi importanti per la produzione di carburante o materiali da costruzione. L’obiettivo principale è capire in quali regioni sia possibile sfruttare i componenti locali, riducendo il carico da trasportare dalla Terra.

Un progetto europeo con ambizioni precise

L’idea alla base del programma è semplice: creare un robot leggero, agile e dotato di strumenti altamente sensibili. La mobilità è un fattore cruciale, poiché alcune aree che potrebbero contenere ghiaccio non sono facilmente accessibili. Crateri in ombra permanente, regioni polari e zone poco illuminate rappresentano sfide logistiche. LUVMI è stato progettato tenendo conto di queste difficoltà: è dotato di ruote relativamente grandi, un baricentro stabile e sistemi di illuminazione supplementari per operare in condizioni di scarsa luce.

Il robot integra una suite di strumenti scientifici in grado di rilevare particelle e analizzare campioni in situ. Tra questi troviamo spettrometri in grado di scomporre la composizione chimica dei materiali raccolti e sensori per la misurazione della pressione e della temperatura locale. Questo permette di ottenere un quadro dettagliato dell’ambiente circostante.

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Il programma Starship continua la sua corsa verso i prossimi test, attirando grande attenzione da parte della comunità aerospaziale e del pubblico appassionato. Negli ultimi anni, questo veicolo si è affermato come uno dei progetti più ambiziosi del settore, grazie alle sue caratteristiche tecniche, alla sua dimensione e alle sue potenzialità. Il nuovo test di volo, che è attualmente in preparazione, arriva con una serie di obiettivi aggiornati, nati dall’esperienza maturata nelle prove precedenti. Ogni fase rappresenta un’opportunità per raccogliere dati, correggere errori e migliorare procedure operative.

Se le prime missioni avevano l’intento di verificare l’affidabilità del sistema di lancio e la capacità di raggiungere lo spazio, ora lo sguardo è rivolto a uno spettro più ampio di elementi: il comportamento della struttura durante il rientro, la resistenza dei materiali, il funzionamento del sistema di propulsione in fasi critiche e la gestione del calore generato dalla frizione atmosferica. Con ogni test vengono introdotti aggiornamenti nei software di controllo, nelle manovre aerodinamiche e nella configurazione delle piastrelle termiche, essenziali per proteggere la superficie esterna durante il rientro.

Un veicolo di nuova generazione

La peculiarità principale di Starship risiede nella modularità. Il sistema è composto da due elementi fondamentali: il primo stadio Super Heavy, responsabile della spinta iniziale necessaria per uscire dalla gravità terrestre, e la navicella Starship vera e propria, progettata per operare in orbita e raggiungere destinazioni future. L’altezza complessiva del veicolo, combinata alla potenza dei motori Raptor, crea una struttura impressionante, la cui complessità richiede test frequenti. Ogni volo sperimentale è un tassello importante che permette di affinare i parametri e creare maggiore consapevolezza nei team di ingegneri.

Le lezioni dei voli precedenti

Negli ultimi test, l’attenzione si è concentrata principalmente sul controllo in fase di discesa. In passato si sono verificati problemi di comunicazione tra i sistemi elettronici e i sensori aerodinamici, con conseguenti instabilità durante la manovra finale. Per questo, il nuovo test integra aggiornamenti software mirati, miglioramenti nella latenza dei segnali e una maggiore ridondanza nei circuiti di bordo. Inoltre, sono state ridefinite alcune procedure automatiche, così da ridurre la possibilità di interventi tardivi.

Uno dei punti più discussi tra gli esperti è la configurazione delle superfici di controllo. Le alette mobili, che permettono di modificare la traiettoria durante il rientro, sono ora alimentate da attuatori più resistenti, progettati per funzionare anche in condizioni di vibrazione elevata. La collaborazione tra team di dinamica dei fluidi e ingegneria strutturale ha permesso di individuare zone critiche, dove la pressione aerodinamica tende a generare micro-tensioni.

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Quando si parla di esplorazione planetaria, poche missioni riescono a generare entusiasmo quanto il progetto Mars Sample Return (MSR). L’obiettivo è semplice da enunciare, ma estremamente complesso da realizzare: raccogliere campioni di rocce e suolo marziano, sigillarli in contenitori sterilizzati e riportarli sulla Terra per analisi avanzate in laboratori di ultima generazione. Dietro questa descrizione lineare si nasconde un mosaico di sfide tecnologiche, logistiche e scientifiche che coinvolgono più agenzie spaziali, decine di istituti di ricerca e centinaia di scienziati. Oggi il programma affronta una fase delicata, ricca di revisioni progettuali, ripianificazioni e discussioni su budget, tempistiche e mezzi tecnici.

Perché riportare campioni da Marte?

Ciò che già sappiamo del Pianeta Rosso deriva da rover, orbiter e lander, i quali analizzano direttamente la superficie. Eppure, per quanto sofisticati, gli strumenti a bordo di questi veicoli non possono eguagliare l’ampiezza delle tecnologie presenti sulla Terra. Portare i campioni nei laboratori terrestri significa poter eseguire esami microscopici ad altissima risoluzione, misurazioni isotopiche, analisi chimiche stratificate, datazioni precise e controlli multipli incrociati. Impressiona soprattutto la prospettiva di scoprire tracce di attività biologica passata, eventuali biosignature o processi geochimici sconosciuti. Sarebbe un passo enorme per comprendere se Marte, miliardi di anni fa, ospitasse ambienti compatibili con organismi microscopici.

La collaborazione internazionale

Il cuore del programma nasce dalla collaborazione tra NASA e ESA. Nel corso degli anni, il contributo europeo è cresciuto progressivamente, sia nella fase concettuale sia in quella progettuale. L’idea originale prevedeva tre elementi fondamentali: un rover per il recupero dei campioni già raccolti da Perseverance, un piccolo razzo per lanciarli in orbita marziana, e una sonda per riportarli sulla Terra. Tuttavia, a causa di revisioni tecniche e finanziarie, l’architettura è stata sottoposta a cambiamenti significativi, con nuove valutazioni e proposte alternative. L’ESA mantiene un ruolo centrale grazie all’esperienza nella costruzione di moduli di rientro atmosferico, sistemi di tracciamento e propulsione, oltre a contributi tecnologici su robotica e gestione termica.

La raccolta dei campioni da parte di Perseverance

Il protagonista geografico è il cratere Jezero, una regione che un tempo ospitava un antico delta fluviale. Qui il rover Perseverance sta sigillando provette all’interno di contenitori ermetici, distribuite lungo percorsi strategici. Ogni tubo racchiude particelle di roccia sedimentaria, sabbie basaltiche, polveri minerali, tracce di carbonati o materiali potenzialmente formatisi in presenza di acqua liquida. Il rover ha già stoccato diversi campioni e continuerà per anni, creando una sorta di biblioteca geologica. Le posizioni vengono mappate con estrema precisione, così da semplificare il recupero attraverso futuri veicoli robotici.

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Nel panorama delle missioni spaziali europee degli ultimi anni, JUICE occupa un posto di rilievo. L’acronimo sta per Jupiter Icy Moons Explorer, e rappresenta uno dei progetti scientifici più ambiziosi dell’Agenzia Spaziale Europea. L’obiettivo è studiare in dettaglio tre delle lune più enigmatiche del gigante gassoso: Europa, Ganimede e Callisto, mondi coperti da ghiaccio, sotto il quale si sospetta l’esistenza di oceani profondi. Dopo una fase iniziale costellata di preparativi, monitoraggi e correzioni di rotta, la missione è entrata in una nuova fase cruciale del suo viaggio interplanetario, avvicinandosi gradualmente al sistema gioviano.

Il lancio di JUICE è avvenuto con una precisione quasi coreografica. Da allora, lo sforzo è stato duplice: garantire il funzionamento impeccabile dei numerosi strumenti scientifici e pianificare una traiettoria complessa che sfrutta l’energia gravitazionale di diversi pianeti. Il veicolo non viaggia in linea retta; esegue una serie di flyby gravitazionali attorno alla Terra, alla Luna e a Venere, con lo scopo di guadagnare velocità senza consumare troppi propellenti. Ogni passaggio è calcolato con attenzione: la minima variazione può influenzare la rotta e il programma successivo.

Una volta raggiunto Giove, la sonda dedicherà anni all’esplorazione scientifica della sua atmosfera, della magnetosfera e dei tre satelliti selezionati. Queste lune hanno attirato l’interesse degli scienziati per la possibile presenza di acqua liquida al di sotto delle loro superfici ghiacciate. Nello spazio profondo, l’acqua diventa un elemento di grande interesse: laddove c’è acqua, potrebbero esserci condizioni favorevoli a fenomeni biologici. Anche se JUICE non è progettata per rilevare forme di vita, raccoglierà dati utili a comprendere l’ambiente che si cela sotto quelle lastre gelate.

Gli strumenti a bordo sono numerosi e sofisticati. Uno dei più importanti è un radar penetrante, progettato per attraversare gli strati di ghiaccio e individuare la profondità dell’eventuale oceano sotterraneo. Grazie a tecnologie basate su onde radio a bassa frequenza, il radar potrà mappare strutture geologiche interne e offrire agli scienziati un quadro mai visto prima. Accanto al radar, ci sono spettrometri per lo studio della composizione chimica, fotocamere ad alta risoluzione per immortalare la superficie con dettagli straordinari, e un magnetometro che misura variazioni nel campo magnetico locale.

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Quando si pronuncia il nome Artemis, la mente corre immediatamente al grande progetto internazionale che dovrebbe riportare l’umanità nei pressi del nostro satellite naturale. Dopo il successo della missione Artemis I, conclusa con un volo non equipaggiato intorno alla Luna e il sicuro rientro della capsula Orion, è il momento di concentrarsi sulla prossima grande sfida: Artemis II, la prima missione con esseri umani a bordo del programma. Mentre gli ingegneri lucido dopo lucido perfezionano i dettagli e gli astronauti affrontano addestramenti intensivi, cresce la fibra narrativa di un’avventura che risveglia curiosità e rispetto per lo sforzo collettivo.

La missione avrà l’obiettivo di effettuare un sorvolo orbitale attorno alla Luna, testando in condizioni reali i sistemi di supporto vitale, le procedure di comunicazione e la sicurezza generale dell’intero complesso Orion-SLS. Non si tratterà ancora dello storico allunaggio; quello è previsto per Artemis III. Tuttavia, questo volo segna un passo fondamentale: è il banco di prova per verificare che sia possibile inviare persone oltre l’orbita terrestre e riportarle a casa in modo affidabile. Ogni modulo, vite, cablaggio è stato studiato con attenzione, e ogni passaggio operativo viene provato più e più volte.

Il cuore della missione è il lancio effettuato tramite lo Space Launch System (SLS), il potente razzo sviluppato negli ultimi anni. I suoi booster laterali e il motore principale derivano da tecnologie collaudate, ma adattate a un contesto completamente nuovo. Prima del volo, SLS verrà sottoposto a una serie di verifiche a terra per accertare che non vi siano problemi strutturali o di pressurizzazione. Le squadre addette al sistema di propellente dovranno assicurarsi che i serbatoi criogenici mantengano temperature e pressioni nei limiti previsti. Qualsiasi micro-variazione potrebbe tradursi in rischi durante la fase di ascesa.

Parallelamente, la capsula Orion subisce test altrettanto intensi. I sistemi elettronici devono sostenere l’intera durata del viaggio, i pannelli solari vengono collaudati per garantire un flusso energetico costante e le schermature termiche sono analizzate per comprendere la loro resistenza all’attrito atmosferico in fase di rientro. Inoltre, il team tecnico dedica tempo considerevole ai sistemi di controllo ambientale: la regolazione della temperatura, la qualità dell’aria, la gestione dell’umidità e la filtrazione di eventuali impurità restano aspetti cruciali quando si tratta della salute dell’equipaggio. L’astronave offrirà spazi relativamente ristretti, quindi ogni dettaglio legato al comfort operativo viene monitorato con cura.

Uno degli aspetti più coinvolgenti riguarda l’addestramento degli astronauti. Gli equipaggi selezionati hanno alle spalle anni di preparazione, ma la fase finale è particolarmente articolata. Devono familiarizzare con ogni sistema dell’Orion, imparare procedure di emergenza, memorizzare checklist e saper reagire in condizioni di stress. Il simulatore riproduce eventuali guasti imprevisti, ritardi nelle comunicazioni, vibrazioni, rotazioni non intenzionali del veicolo. Le squadre di supporto – medici, ingegneri, psicologi – lavorano in sinergia per valutare le reazioni del gruppo e individuare eventuali punti deboli da correggere prima del lancio.

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